Storia contemporanea III – ultima lezione

(dagli appunti presi in classe)

La marcia su Roma attraverso il giornale “La nazione”

Se il 1922 si concluse col colpo di stato fascista, riportato sui giornali dell’epoca, la stessa attenzione agli altri eventi non venne riservata [da quei giornali]. La Nazione è il quotidiano di Firenze, e usciva dal lunedì alla domenica, tranne il sabato. Era un giornale filo-governativo. Nel 1922 era normale uscire con la pistola tanto quanto lo è oggi uscire col telefonino.

Le prime pagine della Nazione parlavano di politica o dei grandi eventi (come la morte di Benedetto XV), ma non del fascismo. Il Biennio Rosso aveva reso confusionaria la situazione sociale italiana. L’arcipelago delle sinistre italiane era variegato, allora come oggi. I legami presenti al suo interno erano deboli, e i partiti allora presenti erano pochi (comunisti, socialisti e anarchici).

Nello stato liberale non esisteva un omonimo partito. Il massimalismo richiama le divisioni presenti nella II Internazionale (1889-1916), ed era usato per definire la Rivoluzione Socialista. Il minimalismo, invece, era la rivendicazione dei diritti dei lavoratori. Nel 1921 nacque il P.C.I. (Partito Comunista Italiano), segno della scissione interna al P.S. (Partito Socialista). Il governo Facta entrò in crisi nel 1922, mentre le violenze fasciste esasperarono l’anima della sinistra, che chiese lo sciopero legalitario atto al ripristino della legalità in Italia.

Da allora ci fu una decisa accelerata verso la Marcia su Roma. Lo sciopero legalitario fallì immediatamente, e per tutta risposta i fascisti imposero un ultimatum ai socialisti ai comunisti e agli anarchici se questi ultimi non avessero smesso di compiere atti sovversivi, ci sarebbe stata la repressione nel sangue.

Il sistema liberale tentò di far passare i fascisti dalla sua parte, di “ingabbiarli”, ma non ci riuscì. Il 24 ottobre a Napoli venne convocata un’adunata di fascisti [1], prova generale della Marcia e destinata a spaventare il governo. L’adunata servì a contare quanti sarebbero stati i partecipanti alla Marcia.

“La Nazione” si allineò sempre più al fascismo. I problemi logistici a Perugia impedirono il verificarsi della Marcia nella sua interezza. Il governo poteva fermare i fascisti; sapeva della loro operazione e contava sulla superiorità numerica delle forze dell’ordine. Eppure il Re non firmò lo stato d’assedio.

Per salire al potere Mussolini cercava di dimostrare di saper tenere a bada i fascisti come nessun’altro. Fu questo a permettergli di assumere la carica di Primo Ministro. Il duce passò dalla cronaca nera alla prima pagina de “La Nazione”, grazie alla sua strategia di “controllo dei fascisti” e del “mantenimento dell’ordine”.

Il Re non firmò il decreto governativo di proclamazione dello stato d’emergenza nazionale, con conseguente intervento delle forze dell’ordine. A quattro giorni dalla Marcia venne indetta un’adunata

Note a piè di pagina  

1: Cfr la voce la-marcia-su-roma-1922_(Scuola) sul sito della Treccani

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Storia contemporanea III – lezione 14

(dagli appunti presi in classe)

L’epidemia Spagnola in Italia e nel resto del mondo

Il bacillo della Spagnola venne isolato nel 1997 in Canada, dopo aver riesumato e analizzato alcuni cadaveri. La Spagnola ebbe tre ondate dal 1918 al 1919. Le cifre più attendibili si basano su circa 400.000 morti. L’offensiva sul Piave e la vittoria a Vittorio Veneto favorirono la diffusione della malattia in Italia, e coincisero con le prime due ondate.

La Spagnola partì dal Canada e dal Kansas, e venne portata in Europa dai soldati americani. I paesi belligeranti non parlarono della pandemia a causa della censura militare. La Spagna, nazione neutrale, parlò per prima della malattia, dal momento che lo stesso Re ne manifestava i sintomi. Apparentemente la situazione si normalizzò nell’estate del ’18; apparentemente, perché poco tempo dopo ebbe inizio la seconda ondata, più violenta della prima.

In via generale la Spagnola era considerata solamente una forma grave di influenza. Però c’era chi temeva la fine del mondo, tante erano le vittime della malattia. Il diffondersi del contagio e delle ricadute era favorito dalla politica annonaria (non era possibile mangiare tanto quanto si mangiava in tempo di pace). Viaggiare in treno era fortemente sconsigliato, se non ci si voleva ammalare. Era assolutamente vietato visitare i malati.

Vennero attuate campagne di prevenzione contro la Spagnola, accompagnate da consigli, obblighi e divieti. Gran parte dei medici era arruolata al fronte, c’erano problemi burocratici e non era affatto facile assistere i malati, soprattutto in campagna. La situazione si complicò sempre più. I posti letto erano sempre meno disponibili, così come i farmacisti e le medicine. Nacque la borsa nera delle medicine. Un fenomeno ‘nuovo’ fu l’uso massiccio di metodi naturali di guarigione. Si ritornò al salasso

Scorrendo i giornali del 1918 si scopre che il dramma della Spagnola era parlato in modo sfocato. Perché? Per non essere accusati di disfattismo. La censura militare era ancora presente. Col progredire della malattia era sempre più difficile tenere sotto controllo la stampa, tant’è che quest’ultima usò le vignette per parlare della Spagnola. Si provò una certa diffidenza verso i giornali. Oltre alla malattia c’era il problema della fame.

La terza ondata iniziò a dicembre 1918 e finì in pieno 1919. Non è possibile conoscere il numero esatto dei morti. Le stime ufficiali parlano di più di 250.000 morti. Altri studi demografici, invece, parlano di 400.000 morti. L’esercito ebbe il numero di morti più basso di morti, anche se la malattia colpiva dunque. La Spagnola è ancora sotto studio, dal momento che non se ne conoscono le cause. L’ipotesi di “guerra batteriologica” emerse per la prima volta durante la Grande Guerra.

La Spagnola è ancora oggi molto discussa in ambito scientifico.

Storia contemporanea III – lezione 13

(dagli appunti presi in classe)

Empoli 1921, 1° marzo

Quel giorno scese in piazza lo squadrismo fascista toscano. I morti causati dallo scontro tra fascisti e socialisti non appartenevano ad alcuno schieramento. Questo episodio è un chiaro esempio di retorica fascista. Subito dopo le elezioni amministrative del 1920 lo squadrismo fascista esplose con forza.

I fatti di Empoli, San Zanna e Parma sono esemplari, perché dimostrano che il fascismo poteva essere fermato. Il 1°marzo 1921 due camion della Regia Marina, scortati da diciotto carabinieri, dovevano essere portati a Firenze a seguito di uno sciopero causato dall’uccisione di un giovane manifestante e di un maresciallo dei Carabinieri (manifestazione patriottica a Firenze, 27 febbraio).

I camion dovevano per forza attraversare Empoli. La popolazione locale si mobilitò per impedire ai fascisti di servirsi dei camion per le loro rappresaglie. Diversi abitanti, scambiando i marinai per fascisti, spararono ai camion, dando inizio a uno scontro armato che portò a nove morti e diversi feriti.

L’aumento dei prezzi e della disoccupazione aggravò sempre più il clima sociale italiano. Come se non bastasse, c’erano ancora i soldati da riportare a casa e il rifornimento, a prezzi decenti, dei beni di prima necessità. Tutto questo permise ai socialisti di vincere alle amministrative del 1920 (in particolare a Empoli). Ci fu un incremento di iscrizioni alla CGdL[1]. Gli operai, maschi e femmine, manifestarono e si mobilitarono per avere migliori condizioni di lavoro, aumenti del salario, ecc.

La popolazione empolese si fece sentire sempre di più, pronta a contrastare l’affermazione violenta e sanguinaria del fascismo. In paese non esisteva alcuna sezione dei Fasci di Combattimento.

I fatti di Empoli, San Zanna e Parma possono essere considerati come eventi ‘atipici’ del Biennio Rosso. Sono disordini ‘esemplari’ e ‘sintomatici’ per capire le ragioni dell’ascesa delle camice nere in tutta Italia.

Dopo i fatti di Empoli, l’esercito italiano trovò la sua compattezza e la sua unità. Gli episodi di fratellanza tra soldati e contadini diminuirono sempre più, fino quasi a scomparire.

Note a piè di pagina    

1: Confederazione Generale dei Lavoratori. Questo sindacato nacque nel 1906, durante il fascismo operò in clandestinità e rinacque nel 1944 sotto il nome di CGIL unitaria.

Storia contemporanea III – lezione 12

(dagli appunti presi in classe)

George Mosse, Le guerre mondiali – dalla tragedia al mito dei caduti.

Durante la sua formazione [George] Mosse aveva studiato l’inserimento delle masse nella società contemporanea sotto ogni punto di vista:

  • educazione
  • politica
  • economia
  • simboli
  • propaganda
  • informazione
  • guerra
  • ecc.

Il libro Le guerre mondiali[1] ancora oggi è molto discusso perché tratta di come gli uomini si posero di fronte alla guerra moderna. Si cominciava a conoscere il dramma della tecnologia, quelle delle morti in guerra (molto più numerose rispetto ai secoli passati) e delle morti per malattia (vedi la Spagnola[2]). Ma la prima guerra mondiale sminuisce davanti alla seconda, perché quest’ultima è durata di più, ha coinvolto quasi tutto il mondo (quindi è “totale”), e soprattutto perché non è stata “costruita” una memoria abbastanza forte da fermarla.

Il mito era un’operazione necessaria per mobilitare le masse e i paesi vincitori. Serve a oscurare, a trascendere la realtà, per rappresentarla sotto una forma più accettabile e neutralizzare la memoria integrale. Il mito è stato usato per rendere più ordinaria la guerra, [ossia] non diversa dal prendere un caffè al bar o andare al lavoro. Le immagini dei feriti e [dei] morti vengono censurate in modo tale da mostrare i primi completamente “guariti” ([cioè] senza sangue) e i secondi “dormienti e felici”.

In molti si arruolarono volontari nell’esercito (soprattutto in Germania, merito di una mentalità militare atta all’obbedienza incondizionata alle autorità), nonostante la maggior parte della popolazione fosse contraria alla guerra. Quest’ultima veniva rappresentata dalla propaganda come “una grande avventura”, la possibilità di difendere la propria nazione e renderla più forte.

Gli interventisti elogiano la guerra, i neutralisti la condannano, eppure entrambe le parti sapevano che era il solo modo per cambiare il mondo allora conosciuto. Cambiamento voluto soprattutto dai giovani, perché potessero diventare uomini senza perdere la loro giovinezza.

Mito e realtà divergono tra loro sotto ogni aspetto, in particolare quando si parla della guerra. Attraverso la forza dell’educazione alla natura, viene trascesa l’idea della morte. I morti appartenenti a una nazione erano ricordati come “martiri” (collegato col concetto di ‘guerra santa’). La conquista delle montagne viene paragonata a ‘quella del cielo’. I cimiteri militari nascono a seguito della prima guerra mondiale.

Lo Stato si occupa in prima persona delle spese di costruzione di questi cimiteri e dei relativi funerali. I cimiteri si trovano fuori città per ovvi motivi igienici. In Germania i cimiteri militari sono dentro i boschi, ‘sprofondati nella natura’ e recintati. Alcuni di questi sono insiemi di alberi (Rimembranza) e monumenti ai caduti (pietre sulle quali sono scritti i nomi e [i] cognomi dei caduti) e al Milite Ignoto.

I luoghi dedicati ai caduti acquisiscono una carica simbolica, base dell’omonimo culto. Le sinistre non riescono a scrollarsi di dosso la realtà dell’esperienza di guerra. Le destre invece riescono a offrire miti di guerra, atti a mandarla avanti, a continuarla. Secondo loro il potere andava a chi aveva combattuto, perché se l’era guadagnato. Nel primo dopoguerra tutti i paesi che avevano combattuto iniziarono un comune processo di neutralizzazione. Il genocidio degli Armeni, [avvenuto] nel ’19, non era considerato importante (per le potenze occidentali).

(post aggiornato il 13 febbraio 2016)

Note a piè di pagina

1: Il titolo originale è Fallen Soldiers: Reshaping the Memory of the World Wars, edito nel 1990 dalla Oxford University Press. È stato tradotto da G. Ferrara degli Uberti, e pubblicato da Laterza nel 2005.

2: Accennata nel post Storia contemporanea III – lezione 2 dello scorso cinque novembre.